Oggi vi portiamo dietro le quinte di Voce del verbo, tra riflessioni, ispirazioni e osservazioni. Abbiamo intervistato per voi l’autrice Carolina Zanier, in occasione dell’uscita del libro, dal 28 agosto in libreria. Ecco cosa ci ha raccontato!
Come è nata l’idea di Voce del verbo?
L’idea è nata da un senso profondo di impotenza e di smarrimento davanti al susseguirsi incessante di notizie che raccontano violenza, aggressività e ferite inflitte dagli esseri umani ad altri esseri umani. Ciò che più mi addolora sono l’assenza di compassione e l’egoismo che sembrano allontanare i cuori invece di avvicinarli. A un certo punto ho sentito il bisogno di compiere un gesto, piccolo ma autentico. Nel mio modo, con gli strumenti che conosco, ho scelto di offrire un seme di cambiamento, nella speranza di trasformare questa musica che sta guastando il cuore dell’umanità.
Al centro del libro ci sono le parole, con le loro sfumature e i molteplici significati. Che ruolo hanno le parole nel tuo lavoro creativo?
Credo che un autentico cambiamento possa nascere proprio dalle parole che scegliamo e dal linguaggio con cui, ogni giorno, diamo forma ai nostri pensieri e alle nostre relazioni. È lì che può prendere vita una vera educazione civica: non solo nelle regole che impariamo, ma nel modo in cui impariamo a parlare gli uni agli altri. Forse è una visione idealista, ma credo che, se fin da bambini fossimo educati a usare verbi e parole capaci di generare fiducia, rispetto e cura, se imparassimo ad utilizzare un linguaggio propositivo, consapevole, anche i nostri gesti e le nostre azioni verrebbero trasformati. Il linguaggio, allora, diventerebbe un ponte capace di creare unione, amore, condivisione e rispetto reciproco.
Come hai scelto i verbi presenti nel libro? Ce n’è stato uno particolarmente difficile da rappresentare o interpretare?
La scelta dei verbi è stata, senza dubbio, la fase più delicata e complessa dell’intero progetto. Ho dedicato quasi un anno a costruire questa lista: aggiungendo, eliminando, cercando, confrontando e approfondendo sul dizionario non solo il significato di ogni parola, ma soprattutto la sua origine, la sua etimologia. La sfida più grande è stata individuare verbi capaci di sostenere il gioco creativo che avevo immaginato: un ribaltamento semantico nato dall’incontro con una fotografia. La fotografia, infatti, possiede una natura particolare: cattura il reale, ne conserva una traccia concreta e, a
differenza dell’illustrazione, dispone di un margine molto più ristretto per alterare o reinventare la realtà. Proprio per questo ogni verbo doveva dialogare con l’immagine in modo essenziale, lasciando emergere significati inattesi senza tradirne l’autenticità. È stato un lungo viaggio dentro le azioni umane, un’indagine sul loro linguaggio più profondo. Per dare forma a questo libro ho impiegato due anni: due anni di ricerca, di dubbi, di intuizioni e di ascolto, nella convinzione che ogni parola, se scelta con cura, possa aprire uno spazio nuovo di sé.
Nel processo creativo sono nate prima le fotografie o sono state le parole a suggerire le immagini?
Come dicevo è stato un flusso continuo in cui a volte sono state le parole a suggerirmi le immagini ed altre in cui l’insight creativo è nato da alcune scene di realtà tra bambini che hanno ispirato la scelta dei verbi.
La fotografia è il tuo principale mezzo espressivo. Quali possibilità offre nel raccontare il mondo ai bambini?
Per rispondere a questa domanda, mi piacerebbe partire dalle parole di alcuni grandi maestri della fotografia. Elliott Erwitt sosteneva che “Lo scopo della fotografia è non dover spiegare le cose con le parole“. Robert Capa affermava invece: “Se le tue fotografie non sono abbastanza buone, vuol dire che non eri abbastanza vicino”. Infine, il fotografo che rappresenta il mio principale punto di riferimento, Henri Cartier-Bresson, definiva la fotografia come “un modo di vivere: è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore”. Queste citazioni esprimono bene ciò che penso della fotografia. Una fotografia ha la capacità di catturare un istante, un’emozione, un frammento di vita che appartiene a una realtà autentica, concreta e vissuta. Per riuscirci è necessario entrare in relazione con quella realtà, avvicinarsi al soggetto, esserne parte, anche solo per un momento. Persino quando osserviamo immagini che raccontano mondi lontani dal nostro, come scene di guerra o momenti di vita appartenenti a culture diverse, la fotografia ci permette di entrare in contatto con ciò che è stato vissuto. Ci coinvolge, ci aiuta a stabilire una connessione mentale ed emotiva con quelle persone e con le loro esperienze. Per questo ritengo che la fotografia possa essere uno strumento educativo di grande valore anche per i bambini: attraverso le immagini possono imparare a osservare il mondo con maggiore sensibilità, sviluppando compassione, empatia e la capacità di mettersi nei panni degli altri.
Sei educatrice e atelierista oltre che autrice. In che modo queste esperienze influenzano il tuo sguardo e il tuo modo di progettare un libro?
Tengo sempre a raccontare che, prima di ogni altra cosa, sono una mamma profondamente innamorata dei suoi figli. Lavoro come educatrice e atelierista ed ogni giorno condivido il mio cammino con bambini e ragazzi nelle scuole.
Entrambi i miei libri sono nati proprio dall’incontro quotidiano con loro. Sono stati pensati per loro e attraverso di loro, custodendo le loro parole, le loro domande, il loro modo unico di guardare il mondo. Ogni pagina porta con sé la
memoria dei nostri dialoghi, della straordinaria sensibilità che li abita e della naturale cura che sanno offrire agli altri.
Credo che siano proprio i bambini e i ragazzi la mia più autentica fonte di ispirazione. Da loro ricevo il nutrimento che alimenta il mio sguardo, l’energia che dà senso al mio lavoro e continua a muovere la mia vita. Loro hanno il dono di cogliere l’essenza delle cose, di accorgersi di quelle sfumature invisibili che fanno vibrare il cuore. Io provo a raccogliere quella meraviglia e a trasformarla in fotografia, perché possa raggiungere anche lo sguardo di altri e continuare a generare bellezza, ascolto e incontro. Voce del verbo invita a non fermarsi al primo significato delle parole, ma a scoprirne la ricchezza e le diverse possibilità.
Pensi che, nella vita quotidiana, dedichiamo abbastanza tempo a questo esercizio di ascolto e interpretazione?
A malincuore mi sento di affermare che il tempo che dedichiamo alla cura nelle relazioni è diminuito drasticamente, per la velocità a cui siamo sottoposti ma che facciamo fatica ad accettare. Quando lavori con i bambini ed i ragazzi spesso vorresti solo dimenticare la dimensione del tempo, perché certi argomenti, tematiche, problematiche che ti riportano meriterebbero uno spazio lentissimo in cui ponderare con cura e saggezza le parole giuste da offrire loro. Non vorrei poi dire banalità ovvie, ma lo strumento del cellulare, come ha agevolato moltissimo la nostra vita pratica, sta ora togliendo moltissimo all’umanità, perché sta facendo scomparire la relazione reale ed autentica.
Hai lavorato con bambini durante la realizzazione del libro? Se sì, in che modo le loro osservazioni hanno influenzato il progetto?
Sì, ho condiviso con loro alcune riflessioni e ho accolto con grande emozione i loro punti di vista. Le loro osservazioni mi hanno convinta ancora di più della ricchezza e della profondità dei pensieri dei bambini, una ricchezza che troppo
spesso il mondo adulto non riesce a far emergere né ad ascoltare con la dovuta attenzione e serietà. Ricordo, ad esempio, di aver portato la bozza del libro in una classe di seconda elementare per osservare la loro reazione. Al termine della lettura erano rimasti in silenzio. Poi uno di loro ha esclamato: «Carolina, ma questo è un libro tutto al contrario!». In quel momento ho capito di aver raggiunto il mio obiettivo. Subito dopo, infatti, i bambini hanno iniziato a raccontarmi episodi della loro vita, ricordando situazioni in cui si erano sentiti manipolati o aggrediti da un amico. Da quei racconti sono nate riflessioni profonde sui conflitti, sulla violenza e sulle relazioni con gli altri. Credo che questo libro non voglia soltanto ribaltare il significato di molte parole e dei verbi che usiamo ogni giorno, ma anche offrire ai bambini uno spazio in cui dare voce a quelle complessità emotive e relazionali che spesso faticano a esprimere e che, troppo spesso, gli adulti non riescono a cogliere.
Cosa speri accada tra un adulto e un bambino quando leggono questo libro insieme?
Spero che possa insinuarsi in entrambi la voglia di scegliere con più cura le parole che vogliono far uscire dalla bocca. Le foto della copertina e della quarta di copertina vogliono dare proprio questo messaggio: se dalla nostra bocca
facciamo uscire parole gentili come un fiore allora nel tempo potremmo essere in grado di costruire un linguaggio curato che si esplica in una serie di azioni positive e di relazioni preziose come monili.
Nel libro molti verbi, a una prima lettura, evocano spontaneamente un significato negativo o conflittuale. Perché, secondo te, tendiamo ad attribuire subito questa interpretazione? È qualcosa che dipende da linguaggio, dalla cultura o dal nostro modo di guardare la realtà?
Perché nasciamo e cresciamo in una cultura permeata di violenza da sempre. Il nostro patrimonio lessicale, di per sé ricchissimo, comprende moltissimi termini appartenenti al campo semantico dell’ostilità: tra questi molti sono verbi coniati per designare azioni di attacco, opposizione, aggressione, conquista, sopraffazione. Essi affondano le radici in un passato remoto e grandioso in cui i popoli si affrontavano per garantirsi le risorse, mantenere i confini e l’indipendenza, o invece fondersi, espandersi e guadagnare prestigio, fondando e presidiando città, nazioni, regni e imperi. Le parole però non sono rigidi strumenti, ma vivono. La loro lunga vita continua ogni giorno nell’uso che ne facciamo e che le arricchisce via via di nuove accezioni, sfumature e valenze che concorrono a organizzare il nostro pensiero e a ordinare la nostra realtà. I verbi dell’ostilità oggi sono troppo spesso adoperati per esprimere aggressività, scontro e violenza gratuiti, in un clima generale che enfatizza debolezze, insicurezze e isolamenti del prossimo, ostacolando vicinanza, empatia e comprensione reciproche. Voce del verbo si propone di ripensare i verbi dell’ostilità mostrandone significati diversi, inattesi, variopinti e positivi. Per mezzo di abbinamenti fra parole e immagini, questo libro tenterà di risemantizzare il lessico comunemente utilizzato per l’offesa, contribuendo a promuovere un uso del linguaggio agile, propositivo e consapevole, ispirato all’immaginazione di azioni di gioco, relazione, affettività, nutrizione, esperienza e svago nella natura, progettazione, osservazione, costruzione e crescita. Voce del verbo è un piccolo, nuovo dizionario per il grande progetto di una nuova, indispensabile educazione linguistica, sociale e affettiva.